Opinioni

NEL MONASTERO MATER MISERICORDIA DI VILLAIR DE QUART, IN VAL D'AOSTA. Nei monasteri c'è chi ritrova la sete di Dio

Gian Mario Ricciardi mercoledì 17 agosto 2016
«Per noi la volontà di Dio non consiste che in due cose: nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo». Così, come scriveva Santa Teresa, dieci donne hanno vissuto, con la leggerezza di un colpo di vento, i chiaroscuri degli anni della grande recessione che ha piagato il mondo. Con il sorriso negli occhi e la serenità del cuore. L’hanno fatto in un monastero di pietra e legno incastonato nella montagna di Villair de Quart, poco prima di Aosta. Una costruzione che unisce sobrietà e bellezza, ardire ed umiltà, contemplazione e carità. All’alba le lodi, il silenzio per pregare, la colazione e il lavoro fino alle undici per vivere la Messa, il pranzo, qualche frase, di nuovo il lavoro alternato alla recita delle ore e i vespri fino alle 20 per la compieta. Ecco il lavoro: «Imitando Gesù povero e in comunione con tutti i poveri del mondo, dedichiamo gran parte della giornata, circa sette ore, al lavoro per mezzo del quale contribuiamo al nostro sostentamento. In particolare realizziamo dei presepi in tela di juta e in terracotta» E il tutto scandito dal suono delle campane, il fruscio dei passi nei corridoi per raggiungere il coro della cappella, protetto da una grata, e il linguaggio di chi non parla che per cercare, sentire, parlare con Dio. Dopo il terremoto del fallimento della Lehman Brothers, la lunga gelata che anche nelle vallate sotto il Monte Bianco ha chiuso botteghe, fabbriche, uffici, questo luogo sacro ha visto, nelle ore e nei giorni più inaspettati, bussare alla sua porta, uomini e donne alle ricerca, a volte disperata, di un senso della vita. «Molti, proprio nelle condizioni più difficili, sono tornati alla preghiera e con la ritrovata sete di Dio, hanno continuato a camminare». Suor Francesca va dritta al cuore quando descrive il ruolo silenzioso che il monastero ha svolto e svolge in questi anni di nubi economiche minacciose e disastrose. Fame di Dio e fame di pane stanno insieme nelle invocazioni che salgono al cielo, «perché vivere con Dio non vuol dire non sentire i lamenti dell’uomo. Noi sappiamo che il Signore lavora sempre, nella misericordia, per tutta l’umanità». E allora, certo, si risponde alle richieste di aiuto, si stabiliscono contatti per risolvere le situazioni più difficili, si costruiscono rapporti senza mai spezzare il filo diretto, la preghiera dalla quale tutto dipende e nella quale tutto si realizza. Donne coraggiose a Quart, sorelle tra i quarant’anni e i settanta, che hanno donato le loro vite a qualcuno «che non è di questo mondo», ma che «è immerso nel mondo». Clausura stretta, clausura vera. E nessuna qui s’è mai sentita inutile perché lontana dalle strade che invece riempiono le giornate degli uomini storditi dal consumismo esasperato, poi suonati come pugili a terra per la crisi e spesso disorientati. Suore che certo non guardano la tv, ma leggono i giornali e respirano tutto ciò che succede; che vedono, come noi, l’esodo biblico di milioni di persone in marcia dall’Africa e dal Medio Oriente verso un futuro meno incerto; sentono i lamenti dei bambini e delle migliaia di persone annegate nel mar Mediterraneo; vivono le difficoltà delle famiglie ferite e quelle di chi, dalla recessione, è uscito con il deserto in casa, ma soprattutto nel cuore. Sentono, vedono, lavorano, pregano ed intervengono, non direttamente perché non sta a loro. Chi chiede pane avrà un posto nelle mense della Caritas; chi chiede lavoro avrà l’attenzione di coloro che possono ricostruire occasioni economiche: tutti hanno la certezza che le preghiere li seguiranno sulla rotta dei giorni. Silenzio, pace, sorriso che si stemperano nella bontà degli occhi e del cuore. Nel legame continuo con Dio prendono forma le mani e le labbra, Marta e Maria in un equilibrio che soltanto la ricchezza del Carmelo può dare. La prima pietra del monastero la pose l’allora vescovo di Aosta, Ovidio Lari il 30 luglio del 1987. Prendeva forma così il desiderio di molte, tra le altre, quello di Leletta d’Isola, professoressa di filosofia che si era ritirata nel vicino priorato di Saint Pierre. Straordinaria coincidenza o Provvidenza? È lei, infatti, ad aver regalato a padre Cesare Falletti il terreno sul quale è sorto il monastero cistercense Dominus Tecum che ha riportato in Piemonte i monaci. Ed è Giovanni Paolo II a benedirlo il 16 luglio del 1989. «Il cuore della diocesi – disse – come il cuore, pur rimanendo nascosto, è all’origine di tutta l’attività che il corpo sviluppa, così la contemplazione, dal nascondimento, dà vita e santità alla Chiesa... . La contemplazione sta all’origine dell’azione: da essa derivano le energie spirituali che sostengono il popolo di Dio nel suo cammino verso la salvezza». Parole profetiche del Papa Santo se rilette in questo momento di difficoltà, di anime ferite, di percorsi interrotti. Dal 2 ottobre ’89, otto monache giungono dal monastero di Valmadonna di Alessandria e danno inizio alla loro vita claustrale di Carmelitane Scalze. Papa Wojtyla tornerà due volte, l’ultima già gravemente malato, a rivedere questa comunità, allora l’unica cui ora si affianca in terra valdostana un priorato di Benedettine provenienti dalla comunità di Orta San Giulio guidata da madre Canòpi. Suore di clausura, Papi, vescovi, sacerdoti: che grande impasto di spiritualità c’è dietro queste stanze di essenziale semplicità, la sala capitolare, la cappellina del noviziato, l’altare, il tabernacolo e quelle due campane, nel punto più alto, che attraverso la croce si collegano al cielo, proiettando oltre le alte cime delle montagne il desiderio di Dio. Quando il 14 luglio 2006 Benedetto XVI aprì la finestra, disse: «Che luogo alto ed ideale di preghiera». E poi: «Un’essenziale opera di carità è quella che fate voi, vale a dire aprire il cielo, rendere presente Dio con la vostra preghiera, la vostra meditazione, i vostri sacrifici. Il vostro monastero è un segno: Dio c’è ed è buono, e si può vivere con Dio e per Dio, e così, esso è come un’oasi di acqua fresca nel deserto spirituale di questo mondo d’oggi. È realmente un atto di carità vivere questa vita che vivete, perché carità è donare Dio al mondo, rendere presente Dio nel mondo, rendere visibile la realtà della Chiesa che Cristo ha creato e che è la tenda del Signore in questo mondo». Ed ecco il messaggio a tutte le carmelitane: «Vivere con Dio in comunione col nostro Signore, crocifisso e risorto, in comunione con la sua passione e la sua gloria, è un atto di carità per l’umanità che ha bisogno di questo segno della presenza di Dio, del Dio col volto umano». I volti della misericordia, qui, in questo strano tempo sono quelli di tanti che con la perdita del lavoro o della famiglia hanno rischiato di perdersi prima di salire quassù e scoprire i valori veri. Un luogo di fede che è diventato tappa per tanti. Vengono ma a chiedere preghiere, solo preghiere. «Vi presento una comunità monastica fatta di donne cristiane e religiose, una realtà viva – così il vescovo emerito di Aosta, Giuseppe Anfossi, scrive –. La presento ai giovani, è una vita un po’ particolare che però è possibile; non chiede virtù eroiche, ma solo autenticità e soprattutto quella fede che diventa concreta e quotidiana occasione di vivere il Vangelo». Da donna sapiente e ricca di buon senso quale era Santa Teresa d’Avila, pensando alla giornata delle monache, volle che all’incontro silenzioso con Dio nella preghiera corrispondesse quello con le sorelle nella gioia e nella semplicità. Due volte al giorno (una dopo pranzo, una dopo cena) si riuniscono in ricreazione e interrompono il silenzio che permea la loro vita. Si scambiano opinioni, notizie, esperienze sempre però con qualche lavoro tra le mani. «Sono momenti preziosi per crescere nella conoscenza reciproca, per verificare se quell’amore che abbiamo ricevuto dal Signore con lui fiorisce in gesti e parole di carità fraterna: rispetto reciproco, amabilità, dolcezza, mitezza, pazienza, perdono, umiltà. La nostra cappella è aperta tutto il giorno e chiunque può assistere ai nostri momenti di preghiera». Certo, è un mondo molto diverso da quello che scorre a poca distanza sull’autostrada per Torino. Là c’è la corsa, qui c’è la calma; là c’è il denaro, qui la povertà; là ci sono immagini ritoccate al computer, qui la disarmante semplicità di ciò che è autentico: che sia uno sguardo o una stretta di mano non importa. E ti sembra davvero che tutto il resto venga dopo. (6 - continua)